Responsabilità internazionale dello Stato e dei diritti umani: il caso della legge Maria da Penha in Brasile

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DOI: 10.32749/nucleodoconhecimento.com.br/legge/responsabilita-internazionale
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ARTICOLO ORIGINALE

MACÊDO, Karen Vanderlei [1]

MACÊDO, Karen Vanderlei. Responsabilità internazionale dello Stato e dei diritti umani: il caso della legge Maria da Penha in Brasile. Revista Científica Multidisciplinar Núcleo do Conhecimento. Anno 05, Ed. 11, Vol. 22, pp. 57-70. novembre 2020. ISSN: 2448-0959, Link di accesso: https://www.nucleodoconhecimento.com.br/legge/responsabilita-internazionale, DOI: 10.32749/nucleodoconhecimento.com.br/legge/responsabilita-internazionale

L’obiettivo centrale di questo articolo è analizzare la responsabilità internazionale dello Stato brasiliano in caso di violenza contro le donne, in particolare, al caso diventato emblematico in Brasile e al di fuori di esso, che è stato il coinvolgimento della violenza contro Maria da Penha Maia Fernandes praticata, oggi, dal suo ex marito. Il riferimento è al caso 12.051 (Maria da Penha Maia Fernandes contro Brasile), aperto il 20 agosto 1998 dalla Commissione interamericana per i diritti umani dell’Organizzazione degli Stati americani (OSA). Dall’intersezione tra la violenza domestica commessa contro Maria da Penha Maia Fernandes e l’Istituto di responsabilità internazionale, è stato verificato come l’applicazione di un istituto internazionale, attraverso la Commissione interamericana per i diritti umani dell’Organizzazione degli Stati americani (IACHR-OAS) abbia influenzato la creazione di una legislazione che garantisca i diritti delle donne nello Stato brasiliano.

Parole chiave: Responsabilità Internazionale, OSA, Maria da Penha.

1. INTRODUZIONE

Il trattamento delle responsabilità o dei risarcimenti nel settore delle violazioni dei diritti umani è relativamente recente. Questo tema prende forma dopo la barbarie della seconda guerra mondiale e altri conflitti internazionali o interni avvenuti durante tutto il XX secolo, in cui hanno avuto conseguenze terribili. Per quanto riguarda l’integrità degli esseri umani, sono state promosse la nascita e l’evoluzione di sistemi per la promozione e la protezione dei diritti umani, citando come esempi pertinenti i casi della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte interamericana dei diritti umani (ALEXANDRINO, 2017; BOTELHO; TABISZ, 2017; BOTELHO, 2005; RAMOS, 2005).

La tutela dei diritti umani si basa sull’idea di responsabilità degli Stati, intesa come l’obbligo di garantire che tali diritti non siano lesi o lesi, e ciò è particolarmente preoccupante quando gli Stati possono essere autori di violazioni della legge, dei diritti dei loro cittadini e delle persone all’interno dei loro confini (Botelho, 2005; Ramos, 2005). Per comprendere la difesa dei diritti fondamentali della persona, è necessario chiarire dove sorge l’obbligo dello Stato, cioè la responsabilità internazionale dello Stato.

Allo stesso modo, è importante analizzare la pratica della responsabilità internazionale dello Stato, cioè da un caso specifico. Questo è l’obiettivo di questo articolo, analizzare la responsabilità internazionale del Brasile di fronte a un caso di violazioni dei diritti umani. In questo caso si tratta della violazione dei diritti delle donne, in particolare, commessa contro Maria da Penha Maia Fernandes. Questo caso è diventato ben noto sia a livello nazionale che internazionale, non perché si trattasse di un appello individuale, ma perché questo particolare appello è stato lanciato e ancora rivolto a una pratica frequente in Brasile, vale a dire: la violenza contro le donne, cioè una costante violazione dei diritti umani della popolazione femminile brasiliana.

Pertanto, l’obiettivo centrale di questo articolo è analizzare la responsabilità internazionale dello Stato brasiliano in caso di violenza contro le donne, in particolare, al caso diventato emblematico in Brasile e al di fuori di esso, che è stato il coinvolgimento della violenza contro Maria da Penha Maia Fernandes praticata, oggi, dal suo ex marito. Il riferimento è al caso 12.051 (Maria da Penha Maia Fernandes contro Brasile), aperto il 20 agosto 1998 dalla Commissione interamericana per i diritti umani dell’Organizzazione degli Stati americani (OSA).

Per ottenere questo articolo, è stata utilizzata un’analisi qualitativa, in particolare, quando si utilizza la tecnica della revisione bibliografica sul tema della responsabilità internazionale, nonché sul caso di Maria da Penha Maia Fernandes. Sono stati utilizzati anche documenti, come Draft articles on Responsibility of States for Internationally Wrongful Acts (ONU, 2001) prodotti dalla Commissione delle Nazioni Unite per il diritto internazionale, essenziali per l’applicazione della responsabilità internazionale dello Stato, nonché la relazione 54/01, caso 12.051, Maria da Penha Fernandes/Brasile, del 16/04/2001 (OSA, 2001).

Questo articolo è diviso in tre parti, che sono: a) aspetti sulla responsabilità internazionale dello Stato; b) breve relazione sulla traiettoria del caso Maria da Penha Maia Fernandes e; e) correlazione tra la responsabilità dello Stato internazionale e il caso Maria da Penha Maia Fernandes.

2. ASPETTI RELATIVI ALLA RESPONSABILITÀ INTERNAZIONALE DELLO STATO

In quanto istituzione del diritto internazionale, la responsabilità internazionale ha origine nel diritto consuetudinario ed è collegata alla figura dello Stato come unico soggetto di diritto internazionale pubblico, sul quale si basava inizialmente sul danno causato ai cittadini di uno Stato in un altro. Successivamente, è stato applicato ai conflitti armati tra Stati e attualmente si estende a tutti gli atti illegali di uno Stato, fatto salvo il fatto che la figura di responsabilità internazionale si applica attualmente ad altre questioni di diritto internazionale, come organizzazioni internazionali e individui (ALEXANDRINO, 2017; BOTELHO; TABISZ, 2017; BOTELHO, 2005; RAMOS, 2005).

Per spiegare la responsabilità dello Stato ai sensi del diritto internazionale, è innanzitutto necessario fare riferimento ai tipi di responsabilità che lo Stato può incorrere. Inoltre, è importante distinguere tra aree in cui gli sforzi di codifica sono imperativi. Il diritto internazionale contemporaneo distingue tra la responsabilità internazionale generata da atti illeciti imputabili agli Stati e la responsabilità che, senza l’esistenza di un atto illecito, deriva dallo svolgimento di attività che non sono vietate quando causano danni a terzi. Pertanto, sulla base del diritto internazionale, gli Stati possono incorrere in responsabilità internazionale anche quando i loro atti giuridici causano danni transfrontalieri ad altri Stati o ai loro abitanti (ALEXANDRINO, 2017; BOTELHO; TABISZ, 2017; BOTELHO, 2005; RAMOS, 2005).

Secondo Ramos (2005, p. 53),

[…] si vede che la responsabilità internazionale dello Stato consiste, per una parte della dottrina, in un obbligo internazionale di riparazione di fronte a una precedente violazione della norma internazionale. La responsabilità è una caratteristica essenziale di un sistema giuridico, come previsto dal sistema internazionale di regole di condotta, e il suo fondamento del diritto internazionale si basa sul principio dell’uguaglianza sovrana tra gli Stati. In effetti, tutti gli Stati rivendicano il rispetto degli accordi e dei trattati che ne beneficiano e, di conseguenza, non possono rifiutarsi di rispettare gli accordi e i trattati, poiché sono tutti uguali. Pertanto, uno Stato non può rivendicare per sé una condizione giuridica che non riconosca l’altro.

Da quanto precede, si può constatare che un atto commesso da uno Stato interpretato come un atto illegale internazionale può essere soggetto al controllo dei tribunali internazionali. Un atto illecito è un atto imputabile a una materia giuridica internazionale che, costituendo una violazione o una violazione del diritto internazionale, danneggia i diritti di altri soggetti di tale sistema o anche diritti o interessi ai quali la stessa comunità internazionale avrebbe diritto, dando luogo, tra le altre possibili conseguenze, alla responsabilità dell’autore dell’atto (BOTELHO, 2005).

L’atto illecito internazionale è composto da due elementi, vale a dire: un elemento soggettivo e un elemento oggettivo. Quando parliamo dell’elemento soggettivo, ci riferiamo al comportamento con cui le normative internazionali non vengono rispettate e possono essere attribuite allo Stato, considerando che questo soggetto di diritto internazionale è una persona morale che agisce dai suoi organi, individuali o collettivi, che genera un evento attribuibile allo Stato.

L’elemento oggettivo dell’atto illegale internazionale è un comportamento che costituisce una violazione di un obbligo internazionale dello Stato. Secondo Alexandrino (2017) e Botelho (2005), la violazione di un obbligo internazionale consiste nel difetto di conformità tra il comportamento che tale obbligo richiede allo Stato e il comportamento che lo Stato osserva effettivamente, cioè tra i requisiti del diritto internazionale e la realtà dei fatti. Va notato che considerare l’atto illecito a seguito di una violazione di un obbligo ai sensi del diritto internazionale comporterà l’inclusione dei locali come obblighi assunti da atti unilaterali di Stati o da atti di organizzazioni internazionali.

Il comportamento che genera l’atto illecito può consistere in un’azione, o omissione, o in una combinazione di entrambi. Può manifestarsi, ad esempio, con la promulgazione di una specifica regola interna in un caso specifico. Secondo Alexandrino (2017), Botelho e Tabisz (2017), Botelho (2005) e Ramos (2005), quando descrivono la violazione di un obbligo internazionale, la Commissione delle Nazioni Unite sul diritto internazionale distingue tra crimini internazionali e crimini nazionali. Il primo concetto implicherebbe la violazione di un obbligo internazionale così essenziale per salvaguardare gli interessi fondamentali della comunità internazionale che la sua violazione è riconosciuta come un crimine da questa comunità nel suo complesso.

Questa prima categoria comprende, tra l’altro, gravi violazioni degli obblighi internazionali di importanza essenziale per quanto riguarda il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, il diritto all’autodeterminazione dei popoli, la salvaguardia e la protezione dell’ambiente umano e gravi violazioni. E su larga scala, un obbligo internazionale di importanza essenziale per la protezione dell’essere umano, come quelli che vietano la schiavitù, il genocidio e l’apartheid. Un crimine internazionale e qualsiasi atto illegale internazionale diverso da un crimine internazionale (ALEXANDRINO, 2017; Botelho; TABISZ, 2017; BOTELHO, 2005; Ramos, 2005).

Per quanto riguarda il diritto internazionale in materia di diritti umani, la responsabilità dello Stato sorge quando uno Stato viola l’obbligo di rispettare i diritti umani riconosciuti a livello internazionale. Tale obbligo ha la sua base giuridica negli accordi internazionali, in particolare nei trattati internazionali sui diritti umani e, in particolare, nelle norme del diritto internazionale consuetudinario che sono obbligatorie (jus cogens). Pertanto, gli Stati hanno non solo il dovere di rispettare i diritti umani riconosciuti a livello internazionale, ma anche il dovere di garantire tali diritti, il che può comportare l’obbligo di garantire il rispetto degli obblighi internazionali da parte dei privati e l’obbligo di prevenire le violazioni. Nel caso in cui gli Stati non applichino la dovuta diligenza nell’intraprendere azioni appropriate o nel prevenire violazioni strutturate dei diritti umani, i governi si assumono la responsabilità sia giuridicamente che moralmente. Per quanto riguarda i diritti dell’uomo, possiamo dire che si tratta di obblighi erga omnes per gli Stati, cioè di un insieme di norme universali e obbligatorie che, come affermato nella Carta delle Nazioni Unite, affermato dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e accettato da quasi tutti gli Stati, sono obbligatorie per tutti i membri della comunità internazionale. (ALEXANDRINO, 2017; BOTELHO; TABISZ, 2017; BOTELHO, 2005; RAMOS, 2005).

Nel caso di atti illeciti eccezionalmente gravi imputabili agli Stati, anche la responsabilità internazionale dello Stato è aggravata e può manifestarsi con sanzioni esemplari o dissuasive. Inoltre, la responsabilità in tali casi può comportare l’obbligo di apportare modifiche legislative interne o addirittura di modificarne la regola fondamentale, compresi gli obblighi degli Stati terzi, come il mancato riconoscimento di comportamenti illeciti e l’obbligo di non cooperare. Ma va chiarito che, in relazione alla sua partecipazione alla pratica dei crimini internazionali, lo Stato non è adeguatamente criminalizzato, cioè non le viene attribuita la responsabilità penale, ma la responsabilità internazionale e, di conseguenza, l’obbligo di riparare e concedere garanzie di non ripetizione (ALEXANDRINO, 2017; BOTELHO; TABISZ, 2017; BOTELHO, 2005; RAMOS, 2005; Nazioni Unite, 2001). Così, secondo Ramos (2005, p. 60), “la comunità internazionale può usare sanzioni per costringere lo Stato a rispettare i diritti umani, ora elevato allo status di obbligo internazionale”.

3. BREVE RELAZIONE SULLA TRAIETTORIA DEL CASO MARIA DA PENHA MAIA FERNANDES

In Brasile, nel 1983, la cittadina brasiliana Maria da Penha Maia Fernandes fu vittima di un duplice tentativo di omicidio perpetrato dal marito, Marco Antônio Herredia Viveiros, che all’epoca era economista e professore universitario. Il primo tentativo avvenne il 29 maggio, quando le sparò alla schiena mentre dormiva, lasciandola ferita e paraplegica. Mentre il 6 giugno, alla sua seconda possibilità, ha cercato di folgorarla mentre fa il bagno (BASTERD, 2011).

Maria da Penha Maia Fernandes era solo una delle numerose donne che hanno subito violenza domestica in Brasile. Secondo Santos e Izumino (2005), la violenza contro le donne non è stata chiaramente codificata. Secondo gli autori, il Brasile ha iniziato a raccogliere dati sulla violenza contro le donne negli anni ’80 e i dati hanno mostrato che c’era una differenza nel verificarsi di violenza tra donne e uomini. Nel corso degli anni ’80, istituzioni pubbliche e private si sono impegnate in importanti ricerche che hanno contribuito a mappare la situazione nel paese. Fu anche durante questo periodo che iniziò a svilupparsi la letteratura sulla violenza contro le donne, con l’obiettivo di dare visibilità a questo argomento.

L’Istituto brasiliano di geografia e statistica (IBGE) ha condotto la prima indagine nazionale su questa violenza nel 1988 e ha scritto il Supplemento alla giustizia e alla vittimizzazione. Secondo il Supplemento, le donne rappresentavano il quarantaquattro per cento del numero totale di vittime di aggressione fisica nel paese. Questa è stata la prima statistica nazionale disaggregata dal sesso nei casi di lesioni fisiche e reati di proprietà segnalati alla polizia (SANTOS; IZUMINO, 2005).

Questi dati dimostrano che la violenza colpisce uomini e donne in modo diverso. Mentre per le donne, le loro case possono essere luoghi pericolosi e i loro compagni possibili aggressori, gli uomini vengono attaccati principalmente da estranei per strada. Ad eccezione delle molestie sessuali, le indagini sulla violenza contro le donne identificano prevalentemente i loro mariti o partner come aggressori. La violenza è uno dei principali problemi della società brasiliana. Le donne brasiliane affrontano situazioni violente in due diversi scenari: come donne esposte alla violenza di genere e come cittadini esposte a diverse forme di violenza che colpiscono la società brasiliana. Pertanto, questi dati rivelano che la violenza contro le donne, in particolare la violenza da parte del loro partner coniugale, è un fenomeno complesso e grave che richiede l’istituzione di un metodo sistematico per raccogliere e produrre dati, nonché l’adozione di una legislazione specifica e di azioni statali per combattere il problema (SANTOS; IZUMINO, 2005).

Secondo Santos e Izumino (2005, p. 158), nella violenza contro le donne c’è un rapporto di potere tra uomini e donne, nelle sue parole:

Difendiamo un approccio alla violenza contro le donne come rapporto di potere, comprendendo il potere non in modo assoluto e statico, esercitato di norma dall’uomo sulle donne, poiché vogliamo farci credere all’approccio del dominio patriarcale, se non in modo dinamico e relazionale, esercitato sia dagli uomini che dalle donne, anche se in modo disuguale.

Questa relazione di potere è stata verificata in caso di violenza contro Maria da Penha Maia Fernandes. Anche quando ha cercato lo Stato di criminalizzare l’atto di violenza che ha subito dal suo ex compagno, la giustizia di Stato, invece di riparare legalmente il danno, ha scelto di non svolgere il suo ruolo, poiché l’aggressore di Maria da Penha, anche dopo la condanna, ha trascorso 15 anni in libertà, cioè senza condanna nella pratica. Ciò avviene, secondo Santos e Izumino (2005, p. 155) per “[…] preservare l’immagine tradizionale dell’istituzione familiare e del matrimonio”. Ciò dimostra, secondo gli autori, che prima della legge Maria da Penha, la ricerca ha dimostrato che, in pratica, la magistratura mirava a cercare una riconciliazione della coppia e non a criminalizzare l’aggressore.

Come detto, sebbene condannato dal tribunale locale e dopo quindici anni l’aggressore di Maria da Penha rimase ancora in libertà, adindo dei successivi ricorsi processuali contro la decisione di condanna della giuria. Di fronte a questo fatto, vale la pena ricordare che il Brasile, nel 1994, si è impegnato a proteggere e garantire i diritti delle donne, in particolare per quanto riguarda la violenza costantemente subita dalle donne, firmando un accordo internazionale nella Convenzione interamericana per prevenire, punire ed eradicare la violenza contro le donne, la “Convenção de Belém do Pará”.

È da questi risultati che il caso di Maria da Penha Maia Fernandes è diventato non solo un caso di una donna single, ma di donne brasiliane costantemente esposte alla violenza domestica. E dal brutale caso di violenza contro Maria da Penha nel 1998, la Commissione interamericana per i diritti umani dell’Organizzazione degli Stati americani (IACHR-OAS) è stata provocata ad analizzare la responsabilità internazionale dello Stato brasiliano.

4. RESPONSABILITÀ INTERNAZIONALE NEL CASO DI MARIA DA PENHA

Nel 1998, l’impunità e l’inefficacia del sistema giudiziario di fronte alla violenza domestica contro le donne in Brasile hanno motivato la presentazione del caso alla Commissione interamericana per i diritti umani dell’Organizzazione degli Stati americani (IACHR-OAS), attraverso una petizione congiunta di entità CEJIL-Brasile che è il Center for Justice and International Law e CLADEM-Brazil, che è il Comitato latinoamericano e caraibico per la difesa dei diritti della donna (OAS , 2001).

I firmatari hanno affermato alla Corte Internazionale che il governo brasiliano ha perdonato, per anni la convivenza coniugale, la violenza domestica perpetrata nella città di Fortaleza, nello stato di Ceará, da Marco Antônio Heredia Viveiros contro sua moglie all’epoca, Maria da Penha, con la quale ebbe tre figlie, culminate in due tentativi di assassinio nella sua casa e altri assalti nel maggio e giugno 1983.

In campo giuridico, l’omissione dello Stato brasiliano era di fronte alla Convenzione interamericana per prevenire, punire ed eradicare la violenza contro le donne – la “Convenzione di Belém do Pará” – ratificata dal Brasile nel 1995.  Così, lo Stato brasiliano ha il dovere di attuare politiche pubbliche volte alla prevenzione, alla punizione e all’eradicazione della violenza contro le donne, in conformità con i parametri internazionali e costituzionali, causando una rottura nel ciclo perverso della violenza che, banalizzata e legittimata, uccide molte vite all’interno della popolazione brasiliana. Tale omissione ha portato alla condanna subita dal Brasile nel caso di Maria da Penha.

Da una sequenza sintetica degli eventi di responsabilità internazionale dello Stato brasiliano, si può osservare che il caso è stato presentato alla Commissione interamericana per i diritti umani solo il 20 agosto 1998, dove l’agenzia ha ammesso per la prima volta una petizione per reati di violenza domestica (caso 12.051). Il Brasile ha ricevuto la denuncia con i documenti raccolti dal firmatario il 19 ottobre dello stesso anno. Dopo tre notifiche per fornire informazioni ed esercitare l’avversario, il 19 ottobre 1998, il 4 agosto 1999 e il 7 agosto 2000, lo Stato brasiliano ha taciuto, motivo per cui è stato applicato l’articolo 42 del regolamento della Commissione, vale a dire far narrare i fatti come veri” (CORREA; CARNEIRO, 2010).

Si deve rilevare che in nessun momento della procedura si è svolta una manifestazione dello Stato brasiliano, interpretata come se non vi fosse accettazione di una soluzione amabile, come richiesto dai regolamenti della Commissione. Il 1o novembre 2000, con la finalizzazione e la trasmissione della relazione sul caso, ancora una volta, lo Stato è rimasto inerte, senza manifestare o soddisfare la raccomandazione della Commissione (OSA, 2001)

Nel 2001, in una decisione senza precedenti, la Commissione interamericana ha condannato lo Stato brasiliano per negligenza e omissione in relazione alla violenza domestica, raccomandando allo Stato, tra le altre misure, secondo il rapporto 54/01, caso 12.051, Maria da Penha Fernandes contro Brasile, 16/04/01, “di proseguire e intensificare il processo di riforma al fine di rompere con la tolleranza dello Stato e il trattamento discriminatorio rispetto alla violenza domestica contro le donne in Brasile”. Inoltre, secondo la relazione 54/01, la Commissione interamericana ha aggiunto che

questa tolleranza da parte degli organi dello Stato non è esclusiva di questo caso, ma è sistematica. È una tolleranza dell’intero sistema, che perpetua solo le radici e i fattori psicologici, sociali e storici che mantengono e alimentano la violenza contro le donne (OSA, 2001).

Poco dopo la decisione della Commissione interamericana nell’ottobre 2002, Marco Antônio Viveiros è stato infine arrestato. Inoltre, i media hanno iniziato a trasmettere informazioni su diversi casi di violenza commessa contro le donne in Brasile e interviste a Maria da Penha, contribuendo alla consapevolezza del problema e incoraggiando le donne a denunciare la violenza domestica che è stata commessa contro di loro. È importante sottolineare che il Brasile, anche lentamente, stava stabilendo nel suo ordinamento giuridico alcune modifiche giuridiche che equiparavano le donne agli uomini.

Il nuovo codice civile brasiliano, promulgato nel 2002, ha abrogato il vecchio codice civile e ha dato parità di trattamento a uomini e donne in tutti i settori. Il codice civile brasiliano del 1916 trattava uomini e donne in modo ineguale. Ad esempio, i codici definiscono il matrimonio in modo diverso. La casa di una donna era la stessa di suo marito. Un uomo ha avuto dieci giorni per presentare una petizione per annullare il suo matrimonio se sua moglie era stata precedentemente svalutata. Era il “capo” della casa e la donna era la sua compagna. In questo senso, il nuovo codice civile ha revocato espressioni come “capo della società coniugale”. Queste iniziative miravano a promuovere il principio di uguaglianza tra uomini e donne garantito dalla Costituzione brasiliana e dai trattati internazionali sui diritti umani (BRASIL, 2002).

In questo contesto, è salutare sottolineare che, in diciassette paesi dell’America latina, il Brasile fino al 2006 non disponeva di una legislazione specifica sulla violenza contro le donne. Anche se lo Stato brasiliano è stato condannato nel 2001, solo il 7 agosto 2006, e attraverso il processo di responsabilità internazionale, il Brasile ha approvato, come conseguenza della sua condanna dinanzi alla Corte Internazionale, la legge n. 11.340, popolarmente nota come “legge Maria da Penha”.

5. CONSIDERAZIONI FINALI

Dall’intersezione tra la violenza domestica commessa contro Maria da Penha Maia Fernandes e l’Istituto di responsabilità internazionale, è stato verificato come l’applicazione di un istituto internazionale, attraverso la Commissione interamericana per i diritti umani dell’Organizzazione degli Stati americani (IACHR-OAS) abbia influenzato la creazione di una legislazione che garantisca i diritti delle donne nello Stato brasiliano. La condanna dello Stato brasiliano ha generato la responsabilità dello Stato di riparare il caso di violenza, avvenuto con l’arresto dell’ex partner di Maria da Penha, nonché di creare una legislazione specifica per la tutela dei diritti delle donne, avvenuta con le modifiche registrate nel Nuovo Codice Civile e la promulgazione della legge n. 11.340/06, popolarmente nota come “legge Maria da Penha”.

6. RIFERIMENTI

ALEXANDRINO, I. D. A. S. (2017). A responsabilidade internacional dos estados perante tribunais internacionais. Revista Eletrônica da Faculdade de Direito de Franca, 12(2), 103-132.

BARSTED, L. L. (2011). Lei Maria da Penha: uma experiência bem-sucedida de advocacy feminista. CAMPOS, Carmen Hein de (Org.ª). Lei Maria da Penha comentada em uma perspectiva jurídico-feminista. Rio de Janeiro: Lumen Juris, p. 13-39.

BOTELHO, M. C.; TABISZ, D. (2017). A responsabilidade internacional do estado e a violação dos direitos humanos trabalhistas. Corpo Editorial, 5(3), 141.

BOTELHO, T. (2005). Direitos humanos sob a ótica da responsabilidade internacional. Revista da Faculdade de Direito de Campos, Ano VI, (6).

BRASIL. (2002). Código Civil brasileiro. São Paulo: Saraiva.

BRASIL. (2006) Lei n.º 11.340/06. Disponível em: <http://www.planalto.gov.br/ccivil_03/_ato2004-2006/2006/lei/l11340.htm>. Acesso em: 20.jun.2020.

CORREA, A. J.; CARNEIRO, S. R. O sistema de proteção dos direitos humanos e o caso maria da penha. Revista da Católica. V. 3, N. 5, jan./jul. 2010.

ONU. International Law Commission. (2001). Draft articles on responsibility of states for internationally wrongful acts.Yearbook of the International Law Commission, 2(2), 49.

OEA. (2001). Comissão Interamericana de Direitos Humanos. Relatório n.º 54/01, caso 12.051 (Maria da Penha Maia Fernandes x Brasil). Disponível em: <http://www.sbdp.org.br/arquivos/material/299_Relat%20n.pdf>. Acesso em: 20.jun.2020.

RAMOS, A. D. C. (2005). Responsabilidade internacional do Estado por violação de direitos humanos. Revista CeJ, 9(29), 53-63.

SANTOS, C. M.; IZUMINO, W. P. (2005) Violência contra as mulheres e violência de gênero: notas sobre estudos feministas no Brasil. Estudios interdisciplinarios de América Latina y el Caribe, v. 16, n. 1.

[1] Laurea in Giurisprudenza (Estácio CEUT), Specializzazione in Public Management con enfasi sui contratti di gara (FAR); Specializzazione in Diritto Pubblico (FAR, in corso) e Laurea Magistrale in Diritto Pubblico (Università Portucalense, in corso).

Inviato: novembre 2020.

Approvato: novembre 2020.

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